Il difetto italiano di pensare che uno come Bertolaso, o è senza macchia, oppure non è più nulla

Non so se questo sia un articolo in difesa di Guido Bertolaso o no. Ma o sono uno sprovveduto o persiste qualcosa di terribilmente difettoso nella qualità del nostro dibattito pubblico, che non ha ancora abbandonato lo stadio dei pruriti alla patta mentre guardiamo la signora maestra. Nello specifico del caso Bertolaso, poi, così narrano le cronache del tempo, si tratta di un raro esemplare di signor maestro, il San Guido Protettore dalle Sciagure a cui abbiamo deciso di togliere arbitrariamente ogni indizio di umana carnalità per trasformarlo nel modellino di un supereroe da adulti. di Angelo Mellone
11 AGO 20
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Fingiamo di sognare una Ginevra calvinista e sotto sotto tifiamo per Sodoma, cianciamo di pubblica castità ma poi non disdegniamo il lato b del casting. Perché, nel caso Bertolaso, dovremmo metterla così: il problema, se c’è, è la corruzione, non la marchetta, il succo dell’indagine riguarda presunte storiacce di appalti pilotati e regalie a funzionari felloni, non se Bertolaso si faceva massaggiare alla schiena o all’uccello. E no, appena si chiama in causa il sesso, appena si evoca l’ipotesi che la “ripassata” a Francesca conduca a una terapia peccaminosa, nell’istante in cui il fantasma carnivoro di qualche bruna procace appare sull’ipotetica scena del crimine, l’italiano signorinizzato si scorda dell’inchiesta e, a volte pure con la voglia di difendere il malcapitato, produce frasi tipo “non ci posso credere”, “ma dai, anche lui?”, per finire con la climax moralista: “Pensa la moglie, la famiglia…”, salvo poi passare a un’altra declinazione del medesimo argomento e sghignazzare su qualità e quantità e maestria e tariffe dei massaggi della Francesca. I giri di denaro, gli euri che si moltiplicano a dismisura appresso ai metri quadri delle costruzioni, l’indicatore possibile di una pubblica amministrazione che non s’è vaccinata dal rischio di essere terra di conquista per i faccendieri, queste cose qui, il pane e il companatico dell’etica pubblica e non pubica, finiscono presto nel dimenticatoio, interessano meno le comari mediatizzate.
Le comari godono delle dieci domande di Repubblica al Cav., del Meno Male sanremese di Cristicchi: “C’è l’Italia dei video ricatti / c’è la nonna coi seni rifatti”. Quello che serve davvero è la Francesca (e se poi non è Francesca, se davvero di seria fisioterapista si tratta, chi se ne frega, resta il fumus), è tuffarsi nell’immagine rancorosa di un potere prepotente coi deboli e mollaccione con gli istinti. Servono le Francesche per pepare ordinanze altrimenti sciape al gusto della pubblica opinione, anche il gip fiorentino Rosario Lupo ha imparato il trucco per guadagnare svelto la prima pagina. In assenza delle Francesche, non si potrebbe poi fare dibattito sull’Italia dei puttanieri, non potrebbe esserci un Gad Lerner che riattacca la solfa delle “donnine” usate a mo’ di tangente logodotata, come merce umana per lo scambio di favori e, nella dialettica insana del moralismo, un Vittorio Sgarbi che ripropone con sveltezza la solfa della legalizzazione dell’eros a pagamento. Ci sono ancora, le case chiuse, ma hanno le (tele)camere aperte e le porte spalancate, al modo del “Tg contominio” di Martufello in cui lo spazio pubblico altro non è che il pianerottolo dove ciacolano allegramente le comari, e i giornalisti vestono da portalettere di insinuazioni e pettegolezzi. Un gran casino, va là.
di Angelo Mellone